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Il Crogiolo | Raddrizzare la rotta

| Fasten your seat belts. It's going to be a bumpy... writing



Insomma, non riesco ad essere costante, lo sappiamo. Del resto Il Crogiolo me lo sono inventata proprio per questo, lo scopo era che facesse un po' da ammortizzatore e quindi... usiamolo infine per riallacciare certi fili e scoprirne altri.
Prima di tutto, cosa è successo da un anno a questa parte? Ho preso la laurea triennale in Lettere Moderne, il che per me ha significato più che altro provare che, dopotutto, sono in grado anch'io di concludere qualcosa se voglio (cioè, mentre intanto muoio fra mille paturnie e complessi, ma così è la vita, dicono), ah, e ovviamente essere battezzata dalla pioggia appena uscita dall'Auditorium, per poi fare una festicciola molto poco grandiosa nel parcheggio del campus con la mia amica ed io, e famiglia intorno, che ci sbafavamo vassoi di tramezzini addossate al bagagliaio della macchina di mio nonno. Eh sì, che giornata quella. Forse la seconda più felice della mia vita (al primo posto, scusate se spezzo la magia, ma c'è quella in cui ho consegnato tesi, cd e libretto in segreteria: lì volevo piangere davvero).
E poi?
E poi ricomincia tutto da capo. (Con la differenza che nel mentre scoppia pure una pandemia).
Per il resto invece: litigo allegramente su Twitter, ho aperto da pochissimo un profilo su Instagram (sono @speakingwhale93), più per godermelo da spettatrice in verità e meno (molto, molto meno al momento) da utente attiva, vedo un sacco di film e non riesco a leggere quanto vorrei. Tutto nella norma, ecco.
Ma a noi qui interessano i libri, no?, quelli belli, e per fortuna ne ho da consigliare, anzi, almeno due vanno a finire dritti dritti, comodi comodi, tra i miei personalissimi best ever.


La macchia umana, Philip Roth

Prendiamo l'inizio. Vi si presenta subito a chiare lettere il problema, (o almeno così pensate), poi Roth divaga, svolazza di qua, poi di là, sempre con quella sua lingua molto densa che sembra trattenere in sé tutta l'esperienza umana, e quindi tornate al punto di partenza, ma con qualcosa di più. Le cose cominciano ad assumere un diverso peso, si stratificano. Il gioco è fatto e voi ci siete dentro. E cosa abbiamo in gioco? Roba non da poco. La voce, sicura, ineluttabile, che dice "Noi" da una parte, la forza determinante della Storia, del nostro Passato, delle radici, e dall'altra l'uomo, il singolo, (Coleman certamente, ma anche Delphine, a suo modo) che sfida il Noi con un prepotente "Io". Le migliori tragedie si innescano a partire da questo medesimo scacco, perché se c'è una cosa che sappiamo è che gli dèi raramente sospendono il loro giudizio. Vero è che in Roth non ci sono divinità autentiche, ma resta che il Destino, a cui comunque non spetterà l'ultima parola e questo va detto, agisce e si riprende tutto.

Il grande sonno, Raymond Chandler

Qui mi verrebbe proprio molto candidamente da urlarvi dentro un megafono che DOVETE LEGGERLO PUNTO: tagliente, elegante, torbido, divertente, malinconico, Marlowe col suo occhio da scrupoloso detective fotografa centimetro per centimetro un mondo losco, depravato, infetto, in un parola corrotto (scusate la mitragliata di aggettivi ma non è a caso), lo sonda, se ne ritrae, senza mai sbottonarsi troppo però col lettore, che dovrà correre per stargli dietro, ma è sicuro che ne varrà sempre la pena. (O comunque ci penserà poi la postfazione di Oreste Del Buono a galvanizzarvi del tutto, per cui no, davvero, non avete scampo.)

Casa Howard, Edward Morgan Forster

Con Forster suggerisco di fare attenzione. Nel senso: di Casa Howard io conoscevo già i meccanismi in moto (il duro lavoro di essere una donna emancipata in un mondo di uomini fatto per gli uomini, il richiamo di un mondo antico legato alla terra e ai suoi cicli immutabili, i piccoli Leonard Bast inevitabilmente risucchiati e schiacciati da forze più grandi di loro), queste cose qui dicevo, le conoscevo per aver visto, prima abbastanza incoscientemente da sedicenne, poi con qualche consapevolezza in più a ventiquattro, venticinque anni, il film del sempre impeccabile James Ivory, eppure c'è da dire che anche così non so quanto si è pronti alla vischiosità della lingua e dello stile di E.M. Forster.
Bisogna capire. È come venire ingannati, scambiare la superficie per il fondo o viceversa. Quindi? Il romanzo scorre, con gran limpidezza anche, per cui non c'è davvero motivo di preoccuparsi, ma poi si resta interdetti, perché verrà da chiedersi a un certo punto, come mai l'autore qui stia usando una parola dal taglio così indefinito, così vago, per indicare quelle che sono le questioni chiave ai fini della trama, oppure, perché qui mi sembra di essere in un sogno, mentre in realtà sappiamo bene che nella storia sta succedendo qualcosa di terribile, insomma Forster che diamine ti piglia, c'è una tragedia che si sta consumando, perché non me la racconti nel modo giusto? Ecco, se provate tutto questo, siete sulla  buona strada per capire come funziona un romanzo modernista.
Piccola nota a margine: Mr Wilcox uguale il mansplaining spiegato bene. Cioè, dai, io lo farei adottare da tutti i vocabolari come l'esempio definitivo.

Jurassic Park, Michael Crichton

Avrei tanto, tantissimo da dire, perché c'è poco da fare, Jurassic Park è uno di quei miti fondativi di un'intera generazione. Spielberg ha preso la materia, l'ha impacchettata e servita a noi ragazzi dei 90s che non aspettavamo altro che avere un dinosauro vero sullo schermo. Beh, vero così come noi ci aspettiamo che siano veri i dinosauri. Crichton, nel romanzo, insiste molto (e fa bene) su questo aspetto: l'odore, gli occhi, l'intelligenza, tutto in queste creature è alieno, nuovo, terribile. E qui sta l'inghippo: da cosa è determinato questo "fattore alieno"? È la loro stessa natura, antica di milioni di anni, parte quindi di un mondo che non è più? O piuttosto il fatto di essere abominevole prodotto dell'ingegneria genetica in mano a speculatori senza granché coscienza scientifica?
P.S. Comunque, se penso al finale, con vista su un futuro incerto e insidioso (ma bisognerebbe prendere e vedere cosa accade ne Il mondo perduto), forse il dado tratto in Jurassic World - Il Regno Distrutto e le sue inevitabili conseguenze non appaiono poi così irragionevoli.
P.P.S. John Hammond, vecchio stronzo capitalista, io ti meno. (Non ci ho dormito, giuro, non si fa mica così oh, noi due nonni abbiamo, Richard Attenborough e Madame Adelaide).

Un caso speciale per la ghostwriter, Alice Basso

Non so se l'ho già detto, ma quel che amo di questa serie è che non cerca di essere quello che non è. L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome non voleva essere niente di più niente di meno che un gioco, una specie di grande caccia alle uova di Pasqua, un regalo che Alice Basso faceva a se stessa e a noi. Perché lei ci si diverte un mondo, questo è ormai assodato.
E allora. Abbiamo un'avventura su due piani temporali e abbiamo i libri, alcuni titoli precisi che disegnano per noi (e per i protagonisti) una mappa con cui orientarsi: da una parte scopriamo così un'Enrico Fuschi che mai ci saremmo sognati, giovane, un ragazzo con delle aspirazioni, come si può ancora esserlo al secondo anno di università, e in più innamorato cotto (decisamente uno dei requisiti indispensabili di un qualsiasi romanzo di formazione), pronto, con tutta l'ingenuità del caso, a giocare la sua partita col mondo. E dall'altra? Una Vani incazzata e cinica come non mai che, parecchi anni dopo, spalleggiata dal commissario Berganza, cerca di capire cosa ne è stato di Enrico, il suo capo, quello che non le ha reso affatto facile la vita alle Edizioni L'Erica ma che ora ha bisogno di lei, del suo piglio investigativo (più di quanto gli faccia piacere, poco ma scuro), perché Vani sola ha quel modo unico di mettere insieme i pezzi. E di pezzi da mettere insieme ce ne sono eccome attorno a lei.
Dunque, alla luce di tutto ciò, io sono proprio super-super-soddisfatta, e però vorrei anche dire, non è che si potrebbe avere qualcosa come una striscetta mensile in stile Peanuts delle normalissime un po' strane avventure quotidiane della coppia Sarca/Berganza? Perché è vero che qui il cerchio si chiude, ma un altro si sta aprendo, è evidentissimo, Alice Basso ce ne lascia intravedere un pezzettino, giusto quel tanto da mandarci fuori di testa, perché, ma che cazzo, vi rendete conto che noi non potremo più  essere lì a far parte di quel mondo mentre Vani ormai fa parte del nostro?

Batman - Il Ritorno del Cavaliere Oscuro, Frank Miller

Bruce Wayne così non ve lo aspettate, è sicuro. Ingrigito, appesantito, un gigante stanco, abbattuto, con profonde tensioni autodistruttive che però ancora covano da qualche parte. Sì, il suo vecchio demone, quella presenza oscura, antica, preme per uscire. Il mondo (perché certo, ci serviamo di Gotham semplicemente come di un termometro per rilevare la temperatura di una crisi più ampia) ha bisogno del suo Cavaliere Oscuro. Succede di tutto, veramente (c'è persino Superman insomma), e a una velocità pazzesca, ma niente paura, personaggi, azioni, micro-vicende, flashback, tutto si tiene alla perfezione. Un'unica pecca, le dimensioni del font: ma dai raga, è da galera, è proprio il parto di una mente criminale che io debba cecarmi per leggere un fumetto. Però quanto è bello. Con Carry/Robin mi sono anche commossa un bel po'. Ma poi: il finale più bello di tutti i tempi, ma di che stiamo parlando, davvero.

Altre cose recuperate

...o che sto recuperando, tipo HP, in colpevolissimo super-ritardo. Sono appena al terzo libro (dopo una seconda rilettura a un anno di distanza della Camera dei Segreti, l'unico della saga che abbia letto da piccola, e neanche so perché, mi era piaciuto tantissimo, boh, mistero, forse mi annoiava che non si parlasse d'altro tra i miei coetanei), e niente, ora sì che ragioniamo:
«Cosa ne dici?» chiese Ron al gatto. «Siamo sicuri che è un gufo?»
Grattastinchi fece le fusa.
 «Per me va bene» esclamò Ron, soddisfatto. «È mio».
Che vi devo dire. Muoio.
(Che tenera poi, la storia dei Malandrini, finalmente me la vedo raccontata come si deve, perché nel film beh, ma dai - con tutto che lo trovo divertentissimo eh, e deliziosamente dark).

The Sister

Abigail Barnette, temo, continua ad essere poco gettonata da noi e nel complesso per niente pubblicizzata: mettiamoci la trascuratezza con cui Newton Compton sta gestendo tempi e modi di "importazione" e traduzione della serie The Boss, più il piccolo dettaglio che "Barnette" è soltanto una delle facce di questa autrice che si serve di ben tre diversi pseudonimi per canalizzare altrettanti generi, insomma, capite bene quanto sia limitata la percezione che ha il pubblico italiano della sua produzione reale. Ma okay, quindi, a che punto siamo? Ah, come sempre, nella vita da copertina su negli Hamptons di Sophie e Neil, i drammi non mancano: mamma Rebecca sta per convolare a nozze con l'autista del genero, spunta fuori lo spettro di Joy Tangen, con tutto ciò che questo comporta, chiaro, e poi essere i nonni/tutori di Olivia, e poi l'avventura a tre con El-Mudad che sta diventando una cosa sempre più seria, e poi ancora la rivista da mandare avanti ma per cui Sophie non ha mai tempo... un dannato casino, in cui tuttavia Barnette sa muoversi bene ormai e molti nodi vengono al pettine in un modo proprio niente male. Troppo melenso e raffazzonato l'epilogo ecco, questo sì, ma farò finta di niente per ora, vediamo che succederà nell'ultimo libro. Sì, è stato annunciato e Abigail Barnette ha giurato e spergiurato (qui) che sarà l'ultimo questo, davvero davvero, e io voglio crederci.

Poche cosette ancora

Qui Donna Haraway e il suo polpo di peluche vi spiegano un po' cos'è il femminismo con i tentacoli

qui invece Ocean Vuong ci fa accapponare la pelle (in senso molto, molto buono).

Tararabundidee e Paper Moon ogni weekend in diretta Instagram presentano l'unica rassegna di libri e serie tv a base di gin (e alla fine si gioca ad assegnare segni zodiacali ai personaggi più disparati, così per dire).

Gloria Baldoni per Ricciotto (qui) parla del nuovo adattamento per il cinema di Emma, di Autumn de Wilde

E qui, infine, (attenzione, contenuto altamente infiammabile) Virginie Despentes con il suo intervento su, meglio anzi, manifesto contro quanto accaduto ai Césars di quest'anno.

Qualche film davvero imperdibile

Holiday, George Cukor: sempre la stessa storia, perché dopo un film del '38 (cioè, capite? Del '38!) niente di quello che vedo dopo mi sembra abbastanza moderno? (Non è proprio vero vero, tant'è che ho anche altro da consigliarvi, però).

L'Impero del sole, Steven Spielberg: quanto realmente io capisca di cinema ah boh, non ne ho idea, ma se questa non è un'opera d'arte, allora tanto vale che mi cavi gli occhi.

Castaway on the moon, Hey-Jun Lee: vi faccio capire, sono impazzita, è bellissimissimo, la fiaba di cui non sapevate di avere bisogno, detto proprio col cuore.

Donnie Darko, Richard Kelly: tra warmhole, citazioni a sorpresa da Ritorno al Futuro (altro recupero fresco), sequenze da videomusicale anni '80 e una Drew Berrymore che ammazza che strafica, «C'è così tanto da contemplare» (e su cui arrovellarsi per i prossimi due tre decenni).

American Beauty, Sam Mendes: è tutto sbagliato, demenziale, scorrettissimo, al limite dell'esasperazione (anche se lo spettatore divora e si fa divorare da quel che si vede accadere davanti ben volentieri), però poi, ecco, spuntano a tradimento questi attimi di umanità condivisa e ti lacerano dentro.

Tardo Autunno, Yasujiro Ozu: neanche ti accorgi dov'è che smette di essere commedia e comincia il dramma, perché il fatto è che c'è questa mitezza di fondo, tutto appare così tranquillo... però poi arriva Ayako, la ribelle, che su amore e matrimonio dà filo da torcere a questi placidi vecchietti in combutta per rimaritare sua madre (Setsuko Hara che, a proposito, ma deve sempre farmi piangere?).

Doppio bonus:
The Martian Child, di Menno Meyjes, una cosa purissima e dolce che vi lascia indifesi come gamberetti sgusciati;
Confessions, di Tetsuya Nakashima, un livello di crudeltà assurda, veramente terrificante, quasi claustrofobico: dove ti giri giri non c'è possibilità di scampo o redenzione, solo pura catastrofe.

Ultimissima cosa, poi, prometto, tacerò per un bel po': sto finendo Dal Matto al Mondo, di Francesca Matteoni, effequ, cioè il mio momento di meditazione quotidiana e riconciliazione col mondo, ma che va benissimo anche se semplicemente siete appassionati di miti, poesia, fiabe, e antropologia in generale. Tipo, io (che l'ho iniziato in contemporanea con The Waste Land di Eliot, fra l'altro) ho messo automaticamente in lista Il ramo d'oro di Frazer.


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Casa editrice: Marco Del Bucchia Editore
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