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GIACINTA, Luigi Capuana


"Colonnello!" disse la Giacinta, attaccandoglisi familiarmente al braccio e trascinandolo un po' verso la vetrata della terrazza con vivacità fanciullesca. (...) L'una e l'altro non riuscivano per qualche secondo a riattaccare discorso: poi la Giacinta spingeva gli occhi verso il colonnello che aveva ripreso la sua positura, e portando la punta del ventaglio alle labbra, lanciava un ebbene? un e poi? che provocava la risposta.


SCHEDA LIBRO

TITOLO: Giacinta
AUTORE: Luigi Capuana
CASA EDITRICE: Mondadori
PUBBLICAZIONE: 1879 (prima edizione)
EDIZIONE LETTURA: 1996
PAGINE: 288
FORMATO LETTURA: cartaceo
PREZZO: euro 9,00

SINOSSI: Qui

La mia lettura

Ho avuto un rapporto alquanto complesso con questo romanzo. Ad ogni pagina, per tutto il tempo, sentivo dolorosamente che qualcosa, qualcosa di decisamente importante, mancava.
Quando finalmente sono riuscita a riporre ormai letto il libro nel suo angusto posticino nella libreria del mio studio, ho capito. Ho capito cosa non andava. Ma lascerò che sia qualcuno di più adatto allo scopo ad illuminarvi.
"In generale mi piace dippiù la prima metà del tuo libro forse perché l'azione è più viva, o almeno è presentata con maggiore messa in scena. L'analisi che predomina nella seconda parte è forse più perfetta ma resa con minore efficacia, parlo di quell'efficacia che nasce dalla rappresentazione viva, del fatto".
Non a caso chi scrive queste parole è uno che di fatti qualcosina la sa: Giovanni Verga, l'unico in Italia, a mio modesto avviso, ad aver dato al romanzo quella forma che lo definisce come tale, negli stessi anni in cui la stessa casa editrice Treves dava alle stampe Il piacere di d'Annunzio.
Verga è uno che il mestiere di narratore lo sa fare e anche bene.
C'è una ragione tuttavia, se a suo tempo scelsi di leggere Giacinta, scartando gli altri libri a scelta previsti dal corso di Storia della Critica Letteraria Italiana. Perché da un uomo tanto lungimirante e assennato sul piano teorico da controbattere in polemica con Ojetti che, inevitabilmente, l'arte si fa guardando alla vita non ci si può aspettare niente di meno di ciò che lascia intendere una tale significativa presa di posizione.
Ma vediamo dunque, di cosa parla questo romanzo?
È presto detto ed è il titolo stesso a sottolinearlo. Cuore pulsante dell'intreccio è la protagonista, Giacinta.

Quel corpo piccolo e minuto, rannicchiato in tal guisa entro la soffice imbottitura e quasi modellato dalle pieghe della'abito, richiamava in mente l'idea di un gioiello, del suo scatolino di raso azzurro e della fina bambagia color di rosa.   

Quel piccolo quadro da operetta, quel civettuolo tête-à-tête fra il colonnello Ranzelli e questa giovane donna, di cui ancora non sappiamo nulla, che si svolge non così discretamente sul terrazzo dei Marulli e che fa così amabilmente da ouverture ha in sé qualcosa di rassicurante, contiene la tacita promessa di una lettura dilettevole, leggera, senza troppi pensieri. 
Eppure, appena due pagine dopo, cominciamo a renderci conto che qualcosa non quadra.  

Ma quel carattere, un misto, gli pareva, di semplicità, d'ingenuità, di pudore di vergine, con qualcosa di esperto, di maturo, di crudo, di quasi nudo proprio di chi abbia molto bevuto alla gran tazza della vita, quel carattere lo imbrogliava e lo faceva stizzire.  

A questo punto una domanda è fondamentale: chi è davvero Giacinta?     
Il sospetto è inevitabile.
Perché in realtà non è questo l'inizio della storia. 
La storia di Giacinta inizia da qui.

La bimba cresceva in questo ambiente freddo e repugnante, come una povera pianticina spuntata per cattiva sorte in un luogo umido e ombrato. 

Nata non voluta, cresciuta da una donna che non può chiamare madre perché non è sua madre, è la sua balia, nell'infanzia di questa creaturina selvatica c'è un unico compagno di giochi, un garzone, ma che ben presto pretenderà ben altri giochi da lei.
Giacinta allora non può ancora capirlo, ma il suo destino è già segnato.

Si era sentita urtare da certe occhiate scrutatrici, da certe mosse, da certi mezzi sorrisi sorpresi qua e là, evidentemente sul conto di lei, benché non volessero farsi scorgere. Non eran benigni; ci voleva poco a capirlo. Ma perché? 

La vergogna, la vergogna di una colpa non sua, sarà la sua più infida, più insidiosa nemica, che tesserà latente la sua tela nel corso degli anni. Così, mentre Giacinta si crederà felice della sua misera ma sincera felicità, accanto all'uomo che ama, ma a cui è lei a concedersi, ad accordare i suoi favori di amante, e non lui a prenderla come moglie, finalmente al sicuro dalla meschina, ipocrita moralità della bella società, quel senso di inadeguatezza, quella paura mai repressa di sentirsi rinfacciare un commento malevolo dallo stesso amato Andrea, le insidieranno il cuore e la mente come un veleno.
Ed è a questo punto, dal capitolo X (prima edizione), che le cose, dal punto di vista della costruzione narrativa, cominciano a prendere una piega infelice.
Ha ragione Verga, qui il romanzo (che pure nella sua prima parte aveva ancora del salvabile) perde nettamente la sua efficacia: ciò che manca è una rappresentazione che sia viva, ma, prima ancora, manca una visione d'insieme, manca un narratore dalla mano ferma.
Questo è l'errore che Capuana commette (e a cui dà persino delle fattezze fisiche nella persona di quell'orribile artificio letterario che è il dottor Follini). Troppo interessato a mostrarci il "bel caso"di Giacinta, si perde lentamente, progressivamente per strada ciò che ne è della Giacinta donna. 
È come se l'autore stesso non riuscisse a capire fino in fondo la sua eroina, come se non riuscisse a vedere, dalla giusta distanza del narratore, le sue reali possibilità, la sua fresca e spontanea bellezza. E ciò che ne rimane alla fine è ben poco. Fino ad un finale in sordina in cui si recupera fra capo e collo il personaggio di Andrea Gerace: finora debole e scarno, nelle pagine conclusive avrà un suo momento di riscatto, inversamente proporzionale alla perdita di ricchezza e di rilevanza della figura di Giacinta. Perché sarà lui infine ad uscirne vincitore, sebbene ancora una volta passivo. Ammetto di aver nutrito una certa morbosa curiosità per quello che potrebbe essere il nuovo capitolo della vita dell'insipido e inconsistente Andrea.
Penso quindi di essere nella posizione di dire che Capuana con questo primo, vero lavoro mi ha abbastanza deluso.
Tuttavia, chissà, magari Il marchese di Roccaverdina potrebbe essere ancora in tempo per farmi cambiare idea. 


Parole nuove: /


Il giudizio di BP: Guarda e passa


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