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Il Crogiolo, ovvero mi sono inventata una newsletter che non è una newsletter

|  Fasten your seat belts. It's going to be a bumpy... writing



È iniziata perché ho scoperto com'è fatta una newsletter (oh sì, analizzare le forme della narrazione è una mia passione incrollabile). E quello che ho scoperto mi è piaciuto.
Di lì, ecco il guizzo: perché non prendere il format della newsletter e farvelo trovare ogni fine mese (oppure ogni bimestre, o semestre, o quel che sarà, dipende sempre dall'aria che tira) qui, sul blog, piuttosto che nella vostra già strapiena casella di posta?

No. La verità non edulcorata è un'altra: i tempi non mi sembrano maturi per una newsletter, sic et simpliciter, ma intanto teniamola in prova e vediamo che succede.


  • Quel che è passato sul blog

Tirate leggerissimamente in ritardo le somme del 2017, le letture successivamente sviscerate si riducono a un'unica combo a firma Basso: Scrivere è un mestiere pericoloso + Non ditelo allo scrittore (quest'ultimo, fra l'altro, va bene anche se vi serve una ragione sufficiente a lasciarvi tentare da Milton).



  • I libri che ho letto e che il blog si è perso

Voli acrobatici e pattini a rotelle a Wink's Phillips Station, Fannie Flagg

Perché a Fritzi preferisco cento volte Sookie?

Impavida, fiera, indomita senz'altro la pilota WASP, ma con una signora di Point Clear, Alabama, che dà filo da torcere alle ghiandaie non c'è storia.

La ghostwriter di Babbo Natale - Un racconto di Natale di Vani Sarca, Alice Basso

Tre ottime ragioni per leggerlo.

1) Non è la solita, subdola, scialba trovata commerciale piazzata apposta sotto una festività, con l'incentivo della parola magica "gratis" che richiama cani e porci (con tutto il rispetto per i cani e per i porci) e scontenta chi si aspettava però anche qualcosa di qualità. Ecco, questo e-book piccino piccino (peccato, accidenti, non potersi godere il cartaceo) proprio non rientra nella suddetta categoria. È divertente, è tenero, è saporoso, insomma è Alice Basso in forma smagliante.

2) Se anche voi, come Vani, la ghostwriter nerovestita e neropensante, siete stufi dell'aura troppo zuccherosa e troppo famigliare del Natale, allora eccovi in serbo un bel giallo in miniatura da usare come scappatoia (guardate che luminarie e alberelli ci mettono un niente a tornare, non fatevi trovare impreparati).

3) È un prequel. Il che vuol dire una cosa, una sola e ben precisa: se, per qualche oscura ragione su cui non voglio neanche indagare, finora siete riusciti a sfuggire alla lettura della serie di Vani Sarca, qui, adesso, non avete più scusanti.

L'importanza di chiamarsi Cristian Grei, Chiara Parenti

Libri-marshmallow. Istruzioni per l'uso.

La farò semplice.
Se i pesi piuma rientrano abitualmente nella vostra dieta, buon per voi, avete già libero accesso alla sala banchetti.
Io, quella che vive col monito Troppa dolcezza è poco chic, sono anche l'intelligentona che se l'è sbafato in una decina di ore neanche così equamente distribuite nel giro di due giorni. Dopo l'illuminante esperienza, mi sarei sottoposta volentieri a un trattamento purgante a suon di Pavese (e, guardate, non è che io sia una fan di Pavese, ma manco per niente).
Che poi. Il libricino in sé è caruccio: al di là della piega smielata del ménage, su cui chiuderemo un occhio, lo spunto di partenza è accattivante, alcune trovate sono interessanti e i personaggi minori non vengono maltrattati.
Ma il bello di un libro-feticcio (quindi a maggior ragione nel caso di un libro-marshmallow) è che di norma il lettore medio ne fa (ab)uso in situazioni di accumulo di stress, nella patetica speranza che almeno come ansiolitico faccia il suo bravo effetto. Invece. Ecco con cosa rimane: carico di lavoro invariato, due giorni di improduttività, relativo senso di colpa, e a seguire, a ruota: rabbia, frustrazione, perché c'era Auerbach porcocazzo, vergine, illibato, o il fidatissimo Kapuściński.
A occhio e croce, oso dire che a questo punto l'ansia sarà lievitata a livelli megagalattici.

Quindi?
Coscienziosità nel prescriversi la cura.


  • Pezzi da novanta

I filmoni, innanzitutto. Fiera delle cosucce recuperate.

Eva contro Eva di Joseph L. Mankiewicz: (ri)scoperta in Perdutamente tua (essenzialmente è tutto uno splendore, eccetto il titolo italiano) e quindi giù di ripasso con Angeli con la pistola, diciamolo una volta di più: Bette Davis è un'avanguardista, l'antidiva per eccellenza. La sua presenza da sola basta a immortalare per sempre un film nelle alte sfere della leggenda e a catapultarlo, di contro, nella dimensione maledetta (maledetta perché terrena, umana) della modernità.

Quel che resta del giorno di James Ivory: la raffinatezza, la levigatezza di quest'opera esemplarmente British è pari solo alla desolazione per un Anthony Hopkins che non saprebbe riconoscere un senso alla propria esistenza se non all'interno delle mura domestiche di Darlington.

Shining di Stanley Kubrick: ode imperitura alla colonna sonora che preannuncia morte e sciagura e follia sin dai titoli di testa e innesca situazioni di un'ambiguità agghiacciante.

La vergine sotto il tetto di Otto Preminger: ah buon Dio, il cinismo ammantato di candore della vecchia Hollywood. Impareggiabile.

Il mistero del falco di John Houston: a parte imprecare contro l'idiozia del ridoppiaggio, non riesco a cavarci molto altro, perché l'intreccio mi è sfuggito di mano. Rimandiamo tutto a una prossima visione. Ad ogni modo, la mia politica di base è Don't spit on Bogart.

Negli ultimissimi tempi mi sono strafatta di Al Pacino, ragion per cui non potevo astenermi dal menzionare Donnie Brasco di Mike Newell, che vanta anche un Johnny Depp di tutto rispetto. Voialtri godetevi pure il lussuoso cerimoniale del Padrino, io mi accontento di un manipolo di siculo-americani di bassa lega che si fa un mazzo così per un pezzetto della torta, solo per trovarsi un giorno o l'altro con le cervella di fuori.
Straniante restarci di merda per questa gentaglia. Che ve lo dico a fare?

Cena tra amici di Alexandre de La Palettière e Matthieu Delaporte: è mia ferma convinzione che la misconosciuta arte di confezionare commedie, conclusasi l'epoca d'oro di quella Hollywood di cui sopra, sia passata di testimone alla Francia. Uno è l'obiettivo: mettere lo spettatore nella condizione di dubitare che in fondo non si riduca tutto a una colossale presa in giro. E qui cosa abbiamo? Brillantezza e imprevedibilità nel continuum narrativo, fulmineità senza scampo dei dialoghi, esagerata scorrettezza dei personaggi. Ma non preoccupatevi. Nel frattempo, vi state ingozzando di risate.

Cambiando rotta. Ogni occasione è buona per ampliare e articolare la propria mappa dell'universo fantasy.

Il mio itinerario mi avvicina sempre più di qualche passo alla monumentale opera di Tolkien. Per cui, ecco cosa propongo: Alla ricerca dello Hobbit, serie documentaristica diretta da Olivier Simmonet, trasmessa per la prima volta su Rai 5 a partire dal 21 dicembre 2016 e squinternata qui apposta per voi (per gli interessati a un'esperienza completa, rimando al link).
Andiamo a incominciare.
Il percorso: ricostruire l'immaginario tolkieniano; cercare gli Hobbit.
Guida d'eccezione: John Howe, illustratore dei libri di Tolkien e conceptual artist per la realizzazione dell'adattamento cinematografico de Il signore degli anelli di Peter Jackson.
Episodi I-II: dopo aver visitato il set del film in Nuova Zelanda, ci spostiamo rapidamente in Inghilterra a caccia delle principali figure del ciclo arturiano, che indubbiamente molto hanno in comune con i personaggi della Terra di Mezzo: ma voi avete idea di quali siano le origini di Merlino? Chi è la Dama del Lago? Prima di Uther Pendragon quale re sedeva sul trono di Bretagna?
Episodi III-IV: non c'è molto da dire. Ripasso veloce di Thomas Mallory, accenni (davvero troppo poco) a Sigfrido e conversazioni con draghi ammaliatori. Degno di nota, tuttavia, questo passaggio messo in luce dal medievalista Leo Carruther: «Il mondo di Tolkien è un mondo fuori dal Tempo». Ed è fuori dal Tempo perché lo comprende tutto: l'ambientazione, la cultura cavalleresca, questi sono senz'altro elementi pertinenti al mondo medievale, ma ciò non basta a spiegare il quadro nella sua interezza. Il mondo di Tolkien si presenta come un contenitore di culture appartenenti ad epoche diverse e che pertanto potevano incontrarsi ed incastrarsi solo grazie all'immaginazione dell'autore.
E infatti.
Episodio V: da dove partire per costruire un contenitore del Tempo se non dalla lingua? Tolkien è, manco a dirlo, sin da giovanissimo, uno studioso e un creatore di sistemi linguistici, la sua Bibbia è La grammatica finlandese. Il che implica uno scavo meticoloso nel funzionamento e nelle origini delle lingue germaniche. Nessuna meraviglia se lasciamo le saghe medievali per roba più antica fino a recuperare le fila della cosmogonia dell'Edda. Per poi tornare, infine, a lui, a Tolkien. Il vero Hobbit.
Insomma, non c'è modo che tutta questa roba vi lasci indifferenti, e che diamine.

  • Robe su cui avrei da questionare
Riallacciandoci un attimo al documentario di Simmonet.

In mezzo a tanta meraviglia, un dettaglio solo fa difetto. Ed è che Leo Carruther, nel secondo episodio, giustamente preso dalla foga di un discorso che comunque non definirei errato, usa la parola «filologia» per indicare quella che è, a tutti gli effetti, e dietro sua stessa precisazione, «linguistica diacronica»
Velocemente: là dove la linguistica diacronica si occupa dei mutamenti dei fenomeni linguistici, la filologia è un insieme di strumenti e metodologie atti a ricostruire un testo individuando la volontà dell'autore lungo le maglie della tradizione, cioè, dei manoscritti sopravvissuti.
Ovviamente il punto qual è? Che «linguistica» rientra in una terminologia specialistica, non comunica molto a livello emotivo, ha un che di inguaribilmente accademico, troppo freddo, razionale. «Filologia» invece senti come suona bene. Quel dolcissimo etimo, "amore per la parola", non è sconosciuto a nessuno. E tuttavia, pur con queste riconosciute attenuanti, sarò magari insopportabilmente pignola, ma trovo che sia prendersi un po' troppa libertà, quantomeno nella logica considerazione che tra gli spettatori non vi siano solo "addetti ai lavori".

Così su Twitter qualche tempo fa: «Sarà d'uopo prima o poi tenere una seriosa concione sui generi letterari».

Per quanto possa divertirmi a fare la roboante, la sostanza mi intriga di più.
Sembra inevitabile, quando si arriva a parlarne, vedere nel «genere letterario» un'oziosa e persino odiosa forma di limitazione. Non a torto, fra l'altro: in soldoni, il genere è una struttura rigidamente codificata, e se non ne conosci le regole, se non sai come muoverti, finisci in trappola (e questo varrà tanto certamente per lo scrittore, quanto e non meno per il lettore). Però il fatto è anche un altro: un'opera letteraria, per definirsi tale, deve risultare estremamente flessibile. È ovvio, pertanto, che ogni singola opera letteraria non potrà mai essere compresa definitivamente in un unico genere, è vero il contrario, e cioè che ogni singola opera letteraria contribuisce a definire, o riplasmare o destrutturare un genere dato. Acquisita questa consapevolezza, ecco che le cose cambiano. E tuttavia, ciò che sgomenta e che perciò stesso alimenta il mio furore è che anche da questa angolazione, in alcuni casi, e in particolar modo nel caso della letteratura rosa, sopravvive un deprecabile, autoimposto senso di rifiuto, di ghettizzazione, volto a sminuire a tutti i costi un genere che pure ha ampiamente dimostrati la sua validità e il suo spessore. Tutte le Austen e Brontë e Serao e Aleramo pare non siano valse a impedire che ancora oggi una scrittrice non si sentisse più in dovere di difendere la propria scrittura dietro la giustificazione che "non è solo letteratura rosa". Sappiamo tutti qual è l'elemento spurio che (in)consciamente rigettiamo, è quel "rosa", che intacca la sacralità della letteratura, perché rosa è "roba per gentili pulzelle" o "roba per casalinghe frustrate" (quale delle due accezioni sia la peggiore è un delizioso dilemma) ed il suo statuto abusivo va segnalato sin dall'ossimoro nel nome, perché sia riconoscibile, identificabile e quindi cestinabile con malagrazia da chi non vorrà sprecare il suo tempo in simili frivolezze.
Dov'è la novità, allora? Ve lo dirò io. La novità è che siamo nel XXI secolo e se giallo e noir non creano più alcun imbarazzo, non vedo ragione perché per il rosa debba valere altrimenti.


  • Altre amenità

Scoprire nuove realtà e possibilità nel vasto mondo dei bloggers è ancora un'attività che non smette di darmi soddisfazioni.
Parliamo di quelle più recenti.
Abbiamo già Paper Moon e Scratchbook di cui dispensavo lodi in questo post FB all'inizio dell'anno; per pochissimo non ci inserivo anche AmaranthineMess. Temo di aver saltato invece, forse proprio perché rientrante in una categoria a parte, pagina ma al tempo stesso community, Io amo leggere e tu?. L'admin, che appare tanto disposta a buttarsi nella mischia quanto a fare un passo indietro per ascoltare le voci di tutti, ha creato uno spazio che, per quella che è la mia esperienza online, non esiterei a definire unico. Quello scambio continuo, mutuo, semi-serio di informazioni, conoscenze, curiosità, opinioni, in ambito letterario e non, che dovrebbe essere alla base di una community, qui si realizza normalmente senza prevaricazioni, esibizionismo o scimmiottamenti. Insomma: tutto molto pulito, onesto, amichevole. E sì, anche divertente.
Quello che ancora non mi rendevo conto mancasse totalmente nel mio fabbisogno giornaliero tuttavia è andato a colmarlo The MacGuffin, sarebbe a dire, un blog capace di disquisire con uno stile pop di cinema e serie TV (attenti! Lo staff è sempre in cerca di articolisti).

Vi lascio al fine con questa presa di posizione (che non c'entra niente con tutto il resto): penso seriamente che propenderò per un Kindle.


Commenti

  1. Ma che bella l'idea di questa newsletter di fine mese! Mi è piaciuto leggere tutto ciò che ti ha tenuto compagnia in questi ultimi tempi e penso che sia utile anche a te per fare il punto della situazione.
    P.S.: vai con il Kindle, io te lo approvo ;)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ma bene! Kindle e "newsletter" approvati in un solo colpo, grazie davvero, Adele!
      E ovviamente ci hai preso: fare il punto della situazione è l'unico modo per mettersi al riparo dal caos imperante.

      Elimina
  2. Anch'io preferisco Sookie! Senza alcun ombra di dubbio.
    Perché di Quel che resta del giorno, film sublime, mi viene sempre in mente la scena con la goccia al naso? Non è giusto.
    Io ora ho bisogno di recuperare Marigold Hotel e il vecchio Angoscia.
    Giusto due commenti sparsi e deliranti, ma tutto è possibile no? Quando non è impossibile.
    Ciao Rosa.
    Lea

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Vai pure con la mia benedizione, Lea: "sparso e delirante" è un dittico che qui casca a fagiolo.

      P.S. Guarda, io oso dire che l'essenza del film (che è, indubbiamente, sublime), in un certo senso, sta proprio in quella scena lì! Altro che la torta di feci di "The Help".

      Elimina

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