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L'amore è per segugi | LA SCRITTRICE DEL MISTERO, Alice Basso



La mia lettura

«E dai, non potrà mica sempre andare bene, prima o poi il calo sarà fisiologico, ci scommetto che siamo arrivati a questo stadio, come quando fai i test a crocette e se escono troppi "sì" di fila sicuro che arriva anche il momento del "no", quindi crepi di fifa».
Questa è la comicità di Alice Basso, in uno dei suoi irriverenti, scoppiettanti, dolcissimi post su Facebook (una droga pesante, stateci attenti) e se c'è una cosa che ormai dovreste aver capito di Alice Basso è che la comicità, nelle sue mani, è un fucile di precisione. Perché, se è vero che non uno tra noi lettori avrebbe esitato a vendere l'anima al diavolo per questo oggetto sacro e benedetto, La scrittrice del mistero, edito Garzanti, il quarto libro (signori, il Q U A R T O libro) di Vani Sarca, pure, quel tanto così di fifa blu c'era. Brutta faccenda avere aspettative altissime. Ancor più brutto, esser stati mollati proprio su un finale perfetto, da sipario che si chiude elegantemente sul proscenio, come a dire: diamo al lettore quello che vuole e poi lasciamolo pure sfrigolare sulla graticola per un anno.

Poi, finalmente (poiché, strano a dirsi, lo so, ma finanche le più atroci sofferenze hanno una fine), ci siamo. E sono subito crampi.
Siate malfidati. Perché stavolta il giallo è prepotentemente giallo e i colpi di scena s'inanellano senza risparmio.
Non basta.
Uno, arrivato a trecento e rotte pagine (del quarto libro di una serie, ribadisco) pensa di sapere che razza di roba ha per le mani. E invece no. Proprio no. Immaginate: siete all'ultima riga di un epilogo rivelatosi un giro pazzesco sull'ottovolante, quand'ecco spalancarsi la voragine di un cliffhangerone (prolettico, peraltro) che neanche nei serial degli albori del cinema. A saper soppesare il testo in chiave metanarrativa, una specie di imbeccata l'abbiamo pure avuta: «non si può scomodare un lettore per trecento pagine senza nemmeno dargli un morto».
Diabolico, se vi interessa il mio parere.
(Sul serio: quanto ci piace essere presi in giro?).

Per ora però facciamo che vi dimenticate quanto detto: resettiamo tutto e andiamo a riprendere il discorso là dove interrottosi, in quel memorabile, delizioso lieto fine straccia-cuori del terzo capitolo (Non ditelo allo scrittore, Garzanti 2017: l'ho mica detto che quel libro rasenta la perfezione?).
Oddio, delizioso, «questo paio di grandissime palle» sbotterebbe Vani, perché, lo sappiamo, no?, quando c'è in ballo il suo cuore, le tanto conclamate capacità deduttive di questa donna fanno puntualmente fiasco «e a me piacciono solo le cose che capisco».
La felicità la terrorizza. Questa possibilità aliena che qualcosa di autentico, di vero stia capitando proprio a lei, fa quasi male, è quasi troppo: troppo bello per essere vero (su questo epitaffio ci torniamo fra un po', perché ora vi mollo la bomba).
Spero non vogliate seriamente obbligarmi a mantenere il riserbo sugli sviluppi del (uhm) triangolo, tanto lo sapevamo fin dall'inizio: sapevamo benissimo che, quand'anche Riccardo non fosse stato così idiota da bruciarsi quell'unica carta buona messagli in mano da un fato generoso, comunque, in un modo o in un altro, è lì che saremmo finiti. Per il motivo, puro e semplice, che, se mai sono esistite due persone fatte apposta per stare insieme, ebbene, queste due persone sono Vani Sarca e Romeo Berganza (non saltatemi su col tormentone che Lisbeth Salander e Philip Marlowe per forza si fanno buona compagnia, perché voi non volete davvero passare per sciocchi).

Esattamente ventiquattr'ore dopo quel finale, dunque, la realtà sconcertante della scelta di Vani e delle sue conseguenze, investe il lettore nello splendore del technicolor. E qui Alice Basso assesta di già un diabolico colpo, gettandoci in pasto a questa frasetta, innocente, trita e ritrita: «ormai mi sembra un anno fa». (Ahi. Fa male). Ventiquattr'ore, inoltre, strettamente funzionali all'impianto logistico dell'investigazione (occhio, che il tempo della storia non è meno importante del tempo del racconto - e, con questa, il fan club di Genette può esultare). Proprio quella sera, ora che il caso Mastrofanti è stato definitivamente sbrogliato e il coraggio di guardarsi negli occhi e dichiararsi è venuto fuori, la fresca (strana) coppia è chiamata (maledetta sia l'epoca delle telecomunicazioni) ad intervenire, di nuovo, perché il crimine non conosce tregua neanche nel weekend di San Valentino: tutti gli elementi sul tavolo descrivono il profilo di una mente disturbata, vendicativa, un caso di stalking, certo, iniziato sotto il funesto segno di un coniglio morto. Oggetto delle minacce, Riccardo Randi, nientemeno, che di potenziali nemici certo non difetta.
Poi beh, come la serata tira per le lunghe, tanto vale togliersi subito anche quest'altro dente: Henry Dark, il thrillerista da bestseller. Infido, dotato di quell'arroganza intimidatoria legittimata dalla precisa consapevolezza del proprio prestigio e della propria posizione di potere in un accordo che puzza di marcio e che per Enrico Fuschi (il carissimo Enrico Fuschi) è rischioso quanto una grossa puntata alla roulette. Il che vuol dire un genere di essere umano persino più insidioso di quelli con cui Vani è normalmente costretta a vedersela. Lei, che avrebbe fatto carte false per essere la ghostwriter di Ian Fleming, che condivide il culto per il thriller d'autore con il commissario Berganza, si vede le mani legate in un'americanata di dubbio gusto, nonché sfidata a un sottile gioco passivo-aggressivo di intelligenza col cotonato Dark.
Spada di Damocle che cala inesorabile su una situazione che parrebbe già così abbastanza compromessa, Lara, la Barbie che Vani, disgraziatamente, si ritrova per sorella: in fuga da un marito che dà i chilometri al più becero dei trogloditi, indovinate a quale porta andrà mai a bussare?

Ecco. Vi siete fatti l'idea. Ora, tagliamo il mazzo.

La prepotenza strategica del giallo, va detto, non tanto impregna il tessuto dell'investigazione, il cui  gigantesco tranello è anche intuibile (non c'è problema, comunque, voi avrete già deciso di stare al gioco, perché non c'è gatto che sappia reprimere l'impulso felino di artigliare il gomitolo di lana), semmai è scaltramente diluita nella cornice della macchinazione narrativa, per cui, alla domanda, Dov'è che si gioca la partita vera?, Dove non stavate guardando, sarà appunto la risposta (il fottuto gomitolo vi ha fottuti).

Visto? Siamo alle solite, dopotutto. Nei libri, la quadratura del cerchio non è una chimera, la ghostwriter lo sa bene: è questione di metodo, di stile, di immaginazione. Sulla carta è tutto più semplice. Tutto così facilmente manipolabile, falsificabile.
Ma, attenzione, perché Vani Sarca, nel frattempo, è anche diventata il braccio destro del commissario Berganza. Lavorare a stretto contatto con un uomo per il quale la verità e la giustizia hanno un valore inoppugnabile, che la tratta da pari, benché formalmente lui sia il capo, che non si sente minacciato dalla sua intelligenza e dalla sua combattività, anzi, ne è attratto, la mette in una posizione ben diversa. Il lato oscuro forse (FORSE) sta perdendo la sua attrattiva per la nostra scrittrice fantasma.

«E cosa c'è di intrinsecamente buono nel fatto che vinca la verità?»
«La verità»

Ghiotto particolare che, giurerei, non è sfuggito a nessuno: il classico suggello, lo scambio del rituale "Ti amo"... Non c'è.
La fata madrina Basso, «questa cosa fantastica» che Vani e Berganza hanno insieme, sta ben attenta a non sciuparla, addirittura rarissimamente si azzarda a chiamarla col suo nome esatto e mai, dico mai, nel discorso diretto. È un lavoraccio di misura, ovvio. Osservate cosa ha fatto l'autrice nel corso di quattro libri, cosa ha piazzato davanti ai nostri occhi famelici, un movimento, un balletto di figura, che si compone un passo alla volta: scrutarsi, avvicinarsi, ritrovarsi. Le è riuscito sorprendentemente bene. Vedrete. La tenerezza ci ucciderà tutti a piccoli, lentissimi morsi.

«Aragorn e Arwen. Mica cazzi»


La scrittrice del mistero | Alice Basso | Garzanti Libri 2018 | 332 p. | euro 17,90


Parole nuove: discalculico, forcipe, plafoniera

Se fosse una canzone: Il conforto, Tiziano Ferro feat Carmen Consoli (qui il video)


Il verdetto della Balena Parlante: ★★★★ ½


Consiglio per i novizi: sì, perché io lo so che qualcuno di voi incoscienti è arrivato fin qui senza un background bassiano (doveroso), quindi, in poche mosse, vi illustro come procedere.
1) Trampolino di lancio, La ghostwriter di Babbo Natale;
2) letto, carino, ma non siete ancora ben motivati, con voi ci vogliono le maniere forti: vediamo se questa recensione riesce a scuotervi;
3) allora? Ancora qui? Vabbe', io non volevo arrivare a questo punto, ma: eccovi servita la pagina Facebook di Alice Basso. (Oh, che magari la beccate pure a una presentazione).




Commenti

  1. Fantastica recensione e disamina della saga Bassiana!
    Dì la verità, quanto l'hai odiata per quell'ultima fetentissima frase? Non fosse che non possiamo vivere senza i suoi libri avrei avuto la tentazione di ammazzarla!
    Bacci

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Pazzesco quante migliaia di congetture e conseguenti scenari tutti plausibili riesca ad innescare una sola frase dinamitarda nella mente di un innocente lettore. Ho persino riletto alcuni (seeeee, solo alcuni) passaggi per riuscire ad aprirmi un varco nella mente diabolica della nostra fatina Basso.
      Comunque, Bacci carissima, adesso possiamo cominciare a impanicarci: ci stiamo dolorosamente avvicinando all'ULTIMO LIBRO MAPORCAMISERIA. Urge creare un gruppo di supporto.

      Elimina

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